La bella addormentata nel bosco

C’erano una volta un re e una regina che avevano un grande regno colmo di ricchezze, villaggi, boschi, campi e città. Avevano tutto ciò che si può desiderare in vita, tranne una cosa sola, forse la più importante: desideravano tanto avere un figlio. “Ah, se avessimo un erede!” ma il piccolo non veniva mai. Consultarono medici, sapienti, dottori e tutti dicevano loro che non c’erano problemi e che non sapevano proprio spiegare perché il bambino non arrivasse.
Un giorno in cui la regina faceva il bagno nel lago vicino al castello, ecco saltar fuori dall’acqua una rana, che le disse “Ascoltami bene, mia regina: il tuo desiderio si compirà. Vedrai che prima che sia trascorso un anno da oggi, darai alla luce una figlia”.
La regina fu sorpresa da quella frase. Sorrise perché l’annuncio era bellissimo, ma non ne fu convinta fino in fondo, tanto che continuò il suo bagno nel lago come se niente fosse.
La rana però aveva ragione perché prestissimo la regina si accorse di aspettare un figlio e appena prima dell’inverno partorì una bellissima figlia.
Il re non stava in sé dalla gioia, avevo aspettato tanto che non credeva ai suoi occhi, così ordinò che si organizzasse una gran festa. La più bella mai vista nel regno. Invitò la famiglia, i ministri, i nobili, gli amici e i conoscenti, ma anche le fate, perché portassero fortuna alla neonata.
Nel suo regno vivevano ben tredici fate: il maestro di cerimonia, che organizzava la festa con grande attenzione, corse del re e dalla regina con fare agitato e comunicò “Maestà, abbiamo soltanto dodici piatti con posate d’oro, come facciamo a ricevere con tutti gli onori le tredici fate del paese? Se permettete un consiglio io direi che dobbiamo invitarne solo dodici”.
Il re e la regina non volevano occuparsi di quisquilie come piatti e posate e non ci pensarono tanto, così in quattro e quattr’otto decisero di invitare solo dodici fate.
Dopo una settimana di preparativi ecco che arrivò la serata della festa. Il palazzo era tutto illuminato da candele brillanti. I cuochi sfilavano nelle sale con vassoi di vivande per tutti i gusti. L’orchestra suonava dolcissime melodie per non disturbare la festeggiata, la principessa appena nata.
La festa fu davvero bellissima e stava per finire quando le fate si fecero largo tra gli invitati: era arrivato il momento di dare alla bimba i loro doni speciali.
La prima le donò la virtù, la seconda la bellezza, la terza la ricchezza, e così via. La piccola stava ricevendo tutto ciò che di buono si può desiderare, quando improvvisamente si aprì una grande porta e apparve la tredicesima fata.
Era molto arrabbiata per non essere stata invitata, e senza salutare né guardar nessuno, si avvicinò alla culla e disse ad alta voce “ A 15 anni la principessa si pungerà con un fuso e morirà”. E, senza aggiungere altro, lasciò la sala.
Tra gli ospiti ammutoliti per lo spavento, si fece avanti la dodicesima piccola fata che era stata interrotta dalla tredicesima e disse “Scusate, signore, io devo ancora donare il mio regalo alla piccola”, e poi aggiunse parlando direttamente al re e alla regina che erano agitatissimi per quella maledizione, “ non posso annullare questo terribile incantesimo, ma posso mitigarlo”.
Il re la regina si avvicinarono a lei tremando. “Ti prego di fare tutto ciò che poi per la nostra piccola…”. E la fata dichiarò “la principessa non morirà, ma cadrà in un profondo sonno, che durerà cent’anni”.
Tutti abbassarono gli occhi per la paura e lo sgomento. La festa fini così, con quest’aria pesante che si abbatté sul palazzo e che non lascio più nulla dell’allegria di prima.
Fin dal mattino seguente il re si mise all’opera: ordinò che tutti fusi del regno fossero bruciati. Poi mise delle guardie a controllare a distanza la principessa affinché non venisse avvicinato da nessuno soprattutto perché non toccasse nulla di pericoloso.
Intanto la piccola cresceva con i doni ricevuti dalle fate: era tanto bella, garbata, gentile intelligente, e tutte le volevano bene.
Arrivò il giorno del suo quindicesimo compleanno e si aggirava nel castello. Le guardie dopo tanto tempo avevano allentato un po’ i controlli, anche perché la principessa era davvero buona e ubbidiente. Quel giorno quindi era sola.
Girò in lungo e in largo, visitò tutte le stanze curiosando in tutti gli angoli, e giunse infine a una vecchia torre. Non si ricordava di averla mai notata e si incuriosì molto. Così prese a salire la stretta scala a chiocciola di quella torre, fino a che arrivò davanti ha una porticina.
Nella serratura c’era una chiave arrugginita, e la giro tre volte, la porta si spalancò. Apparve una piccola stanza vuota e al centro c’era una vecchia con un fuso, che filava il suo lino.
“Buongiorno, nonnina” disse la principessa, “cosa fai?”. “Filo” rispose la vecchia, senza smettere.
“Cos’è questo, che gira così allegramente?” domandò ancora la principessa, perché non aveva mai visto un fuso in vita sua. Poi prese il fuso in mano, per provare a filare. Ma non appena lo tocco, si punse un dito. L’incantesimo si era avverato. Come sentì la puntura, cadde in un sonno profondo. E quel sonno volò come un fantasma in tutto il castello: il re e la regina si addormentarono con tutta la corte. Dormivano i cavalli nelle scuderie, i cani nel cortile, i colombi sul tetto, le mosche sulla parete; persino il fuoco, che fiammeggiava nel camino, si smorzò e si assopì, l’arrosto cessò di sfrigolare in cucina e il cuoco, che stava rimproverando uno sguattero, lo lasciò andare e si addormentò vicino a lui.
Passarono gli anni. Intorno al castello crebbe una siepe di rovi intricatissimi, che col tempo diventò più alta e fini col circondarlo e ricoprirlo tutto, arrivò così in alto che non si vedeva neanche la bandiera sul tetto.
Nel paese vicino si sparse la leggenda di Rosaspina, la bella addormentata, come veniva chiamata la principessa; e ogni tanto qualche principe tentava, attraverso il roveto, di penetrare nel castello. Nessuno c’era ancora riuscito. Dopo molti, molti anni, giunse nel paese un altro principe; anche lui aveva sentito narrare del castello e delle spine, aveva sentito anche della bellissima principessa Rosaspina, che dormiva da cent’anni. Allora disse “Io non ho paura, voglio provare ad arrivare fino alla bella Rosaspina”.
E non ascoltò nessuno di tutti quelli che sulla strada cercarono in ogni modo di dissuaderlo. Ma, appunto in quei giorni, erano passati cent’anni ed era venuto il momento che Rosaspina si risvegliasse. Per questo, quando il principe s’avvicino allo spineto, trovò soltanto una siepe di fiori che dolcemente lo lasciarono passare, richiudendosi alle sue spalle.
Nel cortile del castello vide cavalli e cani da caccia che dormivano, sdraiati al suolo; sul tetto dormivano i colombi, con la testina sotto l’ala. E quando entrò nelle sale, perfino le mosche dormivano sulle pareti, in cucina il cuoco abbracciava lo sguattero e russava. Nella sala del trono vide dormire tutta la corte con il re e la regina. Andò oltre, camminò nel silenzio quando finalmente giunse alla torre. Sali la scala a chiocciola, trovo la porticina, la apri e si trovò nella stanza in cui dormiva Rosaspina.
Era così bella che subito si avvicinò per guardarla meglio, poi non seppe resistere, si chinò e le diede un bacio.
Al tocco di quel bacio, Rosaspina aprì gli occhi, sì svegliò e lo guardò tutta sorridente.
Allo stesso momento il re, la regina e tutta la corte si svegliarono e si guardarono l’un l’altro stupefatti. I cavalli in cortile si alzarono e si scrollarono, i cani da caccia ricominciarono a scodinzolare; i colombi sul tetto turbarono, le mosche ripresero a ronzare sulla parete; il fuoco in cucina scoppiettò, divampò, continuò a cuocere il pranzo; l’arrosto ricomincio a sfrigolare; il cuoco diede allo sguattero una carezza.
Il principe e la principessa scesero per mano dalla torre. Si guardarono negli occhi tutto il giorno. Sembravano fatti l’uno per l’altra e decisero, dopo poco, di sposarsi.
Il matrimonio fu una grande festa, forse ancora più bella della prima. Il principe la principessa vissero felici e contenti per lunghissimi anni e della tredicesima fata non si seppe più nulla.

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